Razpravo pod tem naslovom, ki se v slovenščini glasi “Venetščina, jezik najstarejšega  naroda Evrope”, je avtor Eduardo Rubini imel dne 3. feb. 2007 v Padovi. Razpravo nam je poslal v objavo, ker se naslanja na dognanja slovenskih venetologov. Objavljamo jo v izvirniku, v italiijanščini, ker nam, vsaj za sedaj, še ni bilo mogoče, da bi jo objavili tudi v slovenskem prevodu (Op.Ur.) Društvo Evropa Veneta (Benetke) je razpravo izdalo v posebni knjižici.

 

Il Venetico, la lingua del più antico popolo d'Europa

 

a cura di Edoardo Rubini

 

1.  I Veneti: popolo dalle lontane origini

Nel tardo Paleolitico (circa 10.000 – 6.000 a.C.) culture piuttosto simili si svilupparono nell’area che va dall’Africa settentrionale al Medioriente, dal lontano settentrione d'Europa sino agli Urali e oltre, attraverso l’Asia centrale. Si trattava di culture pastorizie nomadi in continuo movimento. Nello stesso periodo comunità di cacciatori e di pescatori vivevano nelle regioni costiere dell’Europa settentrionale.

Osserviamo così analogie sul piano archeologico tra l'Europa Centrale e l'Africa Settentrionale (E. Meyer 1946). Questo parallelo si riflette in una lingua base sul territorio in questione, cosicché possiamo definire queste genti nomadi nel loro insieme "Afroeuropei". Il lessico, la grammatica e la sintassi di quest'unica lingua base ci sono stati tramandati per mezzo delle cosiddette lingue indoeuropee, ma anche attraverso le lingue appartenenti al gruppo camito-semitico. La lingua slovena, che è stata utilizzata da alcuni studiosi come base per interpretare le antiche iscrizioni venetiche, ha conservato etimi e forme grammaticali, che rappresentano la  derivazione da tale lingua base afroeuropea. Il duale che la caratterizza (in aggiunta al singolare ed al plurale) non si trova nelle altre lingue europee moderne, eccezion fatta per il sorabico, mentre possiamo incontrarlo nelle lingue semitiche del Medioriente.

Dopo il 4.500 a.C., l'unità linguistica cominciò a frantumarsi. Inizia l'insediamento stabile in Europa che prende diverse vie di sviluppo. Nel 4.200 a.C. apparve la prima civiltà agraria, quella della ceramica a strisce (Bandkeramik), fondata sul matriarcato, le cui tracce più rilevanti sono state rinvenute in Europa centrale nelle terre fertili del Loess (da loes, particolare tipo di terriccio), per la precisione nell'alto bacino del Danubio, estendendosi verso le pianure settentrionali. Questi gruppi sedentari vivevano in grandi villaggi posti vicino ai fiumi. All'interno della struttura familiare la madre era la figura principale; inoltre la successione della stirpe seguiva la linea materna. La Grande Madre Terra era la maggiore divinità. Il ruolo del dio padre era attribuito al dio del cielo.

La cultura preindoeuropea cominciò a declinare verso il 2.100 a.C., quando genti provenienti da oriente penetrarono in Europa centrale. Agli Indoeuropei venne attribuito questo nome in riferimento alla loro area di diffusione linguistica. Queste genti nomadi della steppa si sovrapposero alla popolazione originaria, cui imposero il proprio dominio e l’organizzazione sociale, fondata sul patriarcato. La cosiddetta indoeuropeizzazione dell’Europa – che l’archeologia constata essere avvenuta in quel periodo – non comportò la sostituzione della lingua precedente (la lingua base afroeuropea) con la nuova lingua indoeuropea, tanto più che non dovevano sussistere grandi differenze sul piano linguistico.

Il fenomeno storico davvero rilevante viene individuato dallo studioso Jožko Šavli nella prevalenza della nuova organizzazione sociale su base patriarcale. Il dio padre del cielo simboleggiava il nuovo ordine, con il suo potere assoluto; all’interno della famiglia prevaleva su tutto la patria potestas.  Sul piano linguistico, l'innovazione portata dagli Indoeuropei si limitava ad alcune parole - che in parte sopravvivono ancora oggi nei nomi di luoghi, monti e fiumi. L’indoeuropeizzazione non soppiantò la civiltà agraria dell’ Europa centrale, il cui sostrato rimase attivo ed influenzò anche lo strato dominante indoeuropeo.

Il teatro delle incursioni degli Indoeuropei è definito anche dalla diffusione territoriale della Cultura della ceramica a cordicella (Schnurkeramik), in cui sopravvisse però il sostrato preindoeuropeo (J. Pokorny 1954). Il lascito delle culture di Bandkeramik agì in Europa Centrale con un ulteriore sviluppo di forme tradizionali.

Già attorno al 1800 a.C.– nel territorio dell’odierna Boemia – si formò la Cultura di Aunjetitz, ancora caratterzizzata dalle tombe a tumuli, che diede poi impulso alla vicina Cultura di Lusazia (1500 - 1100 a.C.). Quest'ultima, dunque, fu espressa da un nuovo popolo, quello dei Veneti antichi, la cui organizzazione sociale si fondava tanto sul diritto paterno, quanto su quello materno. La sua originaria area d'espansione aveva come centro il bacino del fiume Oder e si estendeva sino alla Vistola nell'odierna Polonia, a occidente comprendeva buona parte della Germania orientale, lambendo a Meridione anche il territorio ceco.

Dopo il 1200 a.C., la potenza della civiltà lusaziana e  della sua evoluzione culturale e sociale furono tali da originare numerose correnti migratorie in tutte le direzioni attraverso l’Europa. Erano i portatori della Civiltà dei Campi di Urne, così chiamata poiché i conquistatori raccoglievano i resti dell’incinerazione dei defunti in urne, che venivano poi deposte in vasti cimiteri. I portatori della “Civiltà dei Campi di Urne” rappresentarono la prima nazione che si formò in Europa; essi sono stati identificati con i Veneti (G. Devoto 1962).

La loro lingua era la continuazione di quella afroeuropea di base e poi indoeuropea. Essa è stata denominata "Venetico" e si è conservata nelle odierne lingue slave occidentali, data la loro maggiore somiglianza all'originario indoeuropeo comune. Le origini dei Veneti antichi risalgono, infatti, al sostrato preindoeuropeo. I parallelismi linguistici tra le lingue indoeuropee e quelle semitiche (H. Möller 1911) si riferiscono per lo più a questo sostrato (ma tra preindoeuropeo e indoeuropeo  non vi fu una rottura netta) [1].

Il nome di questo popolo ci viene tramandato dalle fonti storiche. "Veneti", per esempio, è un nome etnico che ricalca la denominazione greca oi Enetoi, la cui menzione più antica è contenuta nel poema omerico dell’Iliade, che li menziona come popolo alleato dei Troiani e stanziato nella regione della Paflagonia (Turchia centro-settentrionale).  Questo poema narra ci fatti avvenuti circa 1200  - 1100 anni prima di Cristo, il cui ricordo si era tramandato attraverso antichissimi canti lirici.

Le numerose testimonianze documentali ci parlano di popoli etnicamente “veneti”.  In base alle risultanze archeologiche si deduce che i Veneti antichi si espansero muovendo dal cuore del vecchio continente non con intenti bellicosi o di sfruttamento nei riguardi di altri popoli, ma come portatori di una nuova fede (il mito della vita ultraterrena), in vista della redenzione del popolo – dopo la morte – nel nirvana celeste.

I Veneti s’insediarono più ampiamente nell’area compresa tra il Mar Baltico a nord e l’Adriatico a sud, dando vita intorno al X sec. a.C. a numerose civiltà dotate di una propria organizzazione statale.  Tra queste la Civiltà di Este, che si estese nell’attuale territorio del Veneto, della Valle del Gail (Carinzia), del Friuli, dell’Isontino (Slovenia), sino all’Istria (vedi la Cultura di Nesactium/Visače).

Intorno alla cittadina dei Colli Euganei riaffiorarono straordinari ritrovamenti di tombe (ad urna) con ricchi corredi fittili e bronzei. Este fu centro d’irradiazione di cultura venetica.  L’arte delle situle (vasi ad uso rituale generalmente funerario, finemente decorati) si espresse qui, come nelle vicine civiltà venete. La Civiltà di Este vanta anche numerose iscrizioni in lingua venetica: fu tra le prime scritture ad apparire in Europa (VI - V sec. a.C.), con i caratteri corrispondenti ai singoli suoni.

A partire dall'800 a.C. sorse la Civiltà di Hallstatt, influenzando l'attuale territorio austriaco, bavarese e sloveno. Essa segnò la prima età del ferro, che poi si diffuse in Europa sviluppando un altissimo livello artistico. Tutta l’area alpina fu influenzata di questo antico centro, che produsse un generale progresso sul piano tecnologico, metallurgico e commerciale. La produzione artistica porta impressa l’impronta venetica, come risulta dagli studi di alcuni storici austriaci [2].

Le migrazioni dei Celti (che dopo il 400 a.C. diedero vita alla Civiltà di La Téne) non furono in grado di mutare la fisionomia della popolazione venetica dell’Europa centrale, basata sulla produzione agraria e sull’industria mineraria. Non ci riuscì neppure l’occupazione romana, che si propagò a partire dal 200 a.C. in particolare sulle regioni affacciate sul Mediterraneo.

La diffusione della lingua latina nell’area di Este avvenne gradualmente in età imperiale, mentre il venetico resisteva in vaste aree; ad ogni modo la popolazione locale mantenne la propria identità storica e culturale, riconoscibile nel nome Venetia et Histria conferito al tempo dell'Imperatore Diocleziano alla X Regio (già istituita da Ottaviano Augusto nella descriptio Italiae circa del 15 dopo Cristo). A ridosso del versante nordoccidentale di tale regione si stendeva la Retia, che ricomprendeva il Trentino, il Tirolo e altri territori austriaci e svizzeri. Le affinità etniche emerse dai ritrovamenti archeologici sono evidenti. Plinio (NH III, 130) definiva la stessa Verona «Raetorum et Euganeorum»[3].

Anche nell’area delle Alpi Orientali, la provincia del Noricum era stata profondamente venetizzata. Sotto l’influsso dell’antica Civiltà di Hallstatt si formarono quattro stirpi appartenenti allo stesso “etnos”: i Taurisci, nella Carinzia occidentale, nelle valli degli Alti Tauri e sul versante salisburghese; i Norici, nella Carinzia Centrale e nella zona dei Bassi Tauri; i Carni, nelle valli della Carnia, nelle Alpi Giulie e nel Friuli, sino al Carso; i Latobici, nella Bassa Carnìola, nella Stiria Inferiore e Centrale e nella Valle di Lavant [4].

 

2.  L'espansione territoriale

Il nome etnico “Veneti” lo si rinviene in forme diverse riferito a popoli storici che abitarono varie parti del continente [5] ed è contenuto in tanti toponimi. La sua diffusione disegna una vasta area continua che s’irradia dall’Europa centrale verso nord, nei Paesi Baltici e la costa polacca, verso meridione nel comprensorio alpino e nelle valli padana e danubiana, e verso sud-est nell’Asia Minore. Altre tracce significative contenute nei nomi dei luoghi sono sparse tra Bretagna, Normandia e Galles. Ricordi di sporadici insediamenti percorrono la penisola italica (come il popolo laziale dei Venetulani, ricordati da Plinio), fino in Sicilia (la messinese Venetico nella zona di Milazzo, prossima a campi di urne).

Dal punto di vista archeologico, somiglianze evidenti legano reperti e testimonianze di aree quali Lettonia, Lituania, Polonia, Cechia, Slovacchia, Ucraina occidentale, Germania Orientale, Austria, Ungheria, Baviera, Württemberg, Slovenia, Croazia, Istria, le Tre Venezie, la Romagna. «Nel territorio tra il Baltico e l'Adriatico le genti venetiche, nonostante i più tardi insediamenti dei Celti e la sovrapposizione delle parlate germaniche in vaste regioni, hanno conservato l'originaria fisionomia culturale sino ai nostri giorni. È sorprendente in questo contesto il ruolo dell'albero della vita, il tiglio (slov. lipa), che appare nei villaggi di tutta la Germania orientale, centrale e meridionale, come nei vicini paesi slavi. La conservazione del tiglio nei villaggi è il principale elemento che distingue l'antico territorio venetico da quello indoeuropeo, dove invece prevale la quercia»[6].

Su di un’area più ristretta (Veneto, Romagna, Trentino, Tirolo, Carinzia, Stiria, Friuli - Venezia Giulia, Istria, Slovenia) si è prodotta, poi, soprattutto nei secoli VI e V, la cosiddetta “arte delle situle”, denotata da una notevole originalità figurativa e stilistica. All’interno di quest’area, popoli d’origine venetica (i Veneti euganei, i Vindelici, i Reti, i Carni, i Norici, gli Istri e forse anche i Liburni [7]) parlavano una lingua a noi incomprensibili, usando (in massima parte) uno stesso sistema di scrittura, attestato in circa 400 iscrizioni: l’alfabeto venetico.

A cavallo tra l’Età del Bronzo e del Ferro, i Veneti furono la più grande e la più antica nazione europea (a differenza dei Celti, che non costituirono un ceppo etnico omogeneo).

La scuola storica polacca, la più prestigiosa in ambito europeo, da decenni fornisce un contributo scientifico d'importanza decisiva. Witold Hensel ne è un autorevole rappresentante: «A più riprese, diversi archeologici ipotizzarono l'esistenza di un vero e proprio 'impero' venetico, esteso dall'Illiria al Baltico, dal Nord Italia alla Bretagna. Per quanto riguarda la Polonia, l'insediamento venetico occupava una regione centrale delimitata al nord dal Mar Baltico e all'ovest da una parte della Slesia, mentre per i confini dell'est, essendo ancora incerti, si suppone che corressero in prossimità dell'Elba.

Tra questi Veneti baltici e i nostri Veneti euganei, ossia i Paleoveneti, la scuola polacca vedrebbe inequivocabili i segni di una comune origine; in particolare offrirebbero prove di un certo rilievo in tal senso le testimonianze relative alla spiritualità e al culto rinvenute sia nei territori polacchi che nel Padovano.

Oltre al rito della cremazione, praticato da tutte le genti venetiche, il ritrovamento di numerose figurine animali e la frequenza dei simboli legati al culto del sole e della fertilità, presenti sui contenitori ceramici e sugli oggetti in bronzo, lascerebbero intravvedere una certa identità d'origine attraverso le forti analogie dei simboli magico-religiosi ... altre prove di affinità verrebbero offerte dalla presenza di un culto delle acque sananti, praticato secondo schemi troppo paralleli per esser considerati casuali; dalle forti analogie esistenti tra gli abiti rituali baltici e quelli euganei; dalla somiglianza di alcuni strumenti musicali; e non ultimo, dal forte legame con la figura del cavallo, sia sul piano economico che su quello delle credenze religiose.

Anche l'organizzazione sociale sembrerebbe offire prove tangibili di questa affinità, specie per quanto attiene alla produzione ceramica e a quella metallurgica, affidate a gruppi di artigiani-mercanti. Mancherebbero invece dati sufficienti a documentare una più dettagliata correlazione tra i Veneti euganei e i Veneti baltici per quanto riguarda la tecnica costruttiva degli insediamenti fortificati. A questo proposito si conoscono dettagliatamente solo le costruzioni del Baltico, realizzate per lo più in legno secondo tecniche di netta derivazione mediterranea, distribuite su un'area compresa tra l'Oder e la Vistola. Per il momento non si hanno notizie di analoghi ritrovamenti nell'Italia settentrionale; ma Witold Hensel, convinto assertore di questa teoria, è certo che si tratti solo di tempo»[8]. Così si pronunciava il direttore dell'Istituto di Storia della Cultura Materiale (Accademia Polacca delle Scienze).

Il nome Veneti

Vari autori di lingua slava avanzano da tempo la tesi, assai accreditata, che il nome etnico "Veneti" corrisponda alla forma più antica del nome "Slavi"; Zbigniew Gołąb, docente polacco dell'Università di Chicago, ne ha fatto l'oggetto di uno specifico studio.

«Passiamo alla presentazione e all'analisi di fatti filologici e linguistici rilevanti. Il nome etnico più antico che di sicuro si riferisce agli Slavi (cioè ai Proto-Slavi) è Venedi. Questa forma ricorre nella Historia naturalis di Plinio (23/4 - 79 d.C.), pubblicata nel 77 d.C. e nel famoso trattato De origine et situ Germanorum di Tacito (55 - 120 d.C.), pubblicata nel 98 d.C. Un'altra variante, il greco Ouenedai = latino Venedae, appare nel celebre Geographia di Tolomeo (100 - 178 d.C.), un greco d'Alessandria che faceva uso di fonti più antiche. Le forme Venethae//Venethi sono usate da Jordanis (circa nel 551 d.C.) uno storico tardo della romanità, forse di origine gotica, nella sua opera De origine actibusque Getarum (Storia dei Goti). Dovrebbe tenersi nel debito conto il fatto che Jordanis non era un autore originale: egli compendiava un più ampio volume dallo stesso titolo scritto nella prima metà del 6° secolo da Cassiodoro, un dotto romano, cancelliere del re gotico Teodorico. Ad ogni modo, le forme Venethi//Venethae aggiungono un rilevante aspetto alle precedenti varianti del nostro nome etnico, provando che dovremmo partire dalla forma base Veneti, cioè *Ųenetoi, ecc. (vedi sotto).

Così, almeno dal primo secolo dopo Cristo, noi abbiamo avuto questo nome etnico in due varianti Venedi//Veneti. Non discutiamo qui gli argomenti che depongono a favore del 'contenuto' slavo di questo etnico. Tanti studiosi concordano che nel primo secolo d.C. esso è già riferito agli Slavi. Per quanto attiene a questo collegamento, comunque, menzionerò una circostanza: i Venedi sono individuati insieme da Plinio e Tacito, approssivamente lungo il fiume Vistola (Plinio usa la forma Vistla!). Poiché il toponimo Wisła,  *Vistla ha una convincente etimologia slava (cfr. Rozwadowski, 1948: 264-276, Lehr-Spławiński, 1946: 72-73), questo fatto sembra il più forte argomento per dimostrare il contenuto etnico slavo del nome Venedi//Veneti al tempo di Plinio e Tacito.

In epoca posteriore troviamo già indicazioni dirette al riguardo. Jordanis scrive con chiarezza: 'Vicino la dorsale sinistra [dei Carpazi] che inclina verso nord e a cominciare dalle sorgenti della Vistola, dimora la popolosa schiatta dei Venethi, occupando un'ampia distesa di terra. Sebbene i loro nomi siano ora dispersi tra varie genti e vari luoghi, non di meno essi sono chiamati Sclaveni e Anti' (Jordanis V, 34). I Venedi//Veneti, ecc. - di cui alle antiche fonti letterarie romane - si sono senza dubbio perpetuati nella forma Winidâ, poi latinizzata in Winidi//Wenedi//Winadi nelle fonti tedesche e in quella Winden//Wenden, nomi denotanti gli Slavi più occidentali, vicini a diretto contatto dei Tedeschi: i Polabi, Lusaziani (Sorabi) e Sloveni. In base a questo, inoltre, l'aggettivo Windisch, Wendisch ricorre in nomi di luogo composti di Germania Orientale e Austria»[9].

Sembra un miracolo la sopravvivenza in territorio tedesco del popolo dei Vendi (già nel nome è evidente il richiamo ai Veneti), o Sorabi [10]: essi appartengono agli Slavi occidentali e vivono nella regione della Lusazia, proprio l'originario focolaio d'irradiamento dei Veneti (II mill. a.C.).

I nomi etnici "Veneti" e "Slavi" non sono collegati solo in rari momenti e da circostanze occasionali: lo smentisce una imponente mole di fonti storiche.  Padre Jiří Maria Veselý nel suo studio sulla predicazione evangelica dei SS. Cirillo e Metodio riporta con fedeltà i "Quattro libri di cronache attribuite a Fredegario Scolastico", dove l'argomento qui trattato si arricchisce di nuovi importanti risvolti.

Lo studioso moravo cita ampi stralci di questo storico della corte franca, che dimostra come anche nel 7° secolo nell'area mitteleuropea era ben radicata la consapevolezza dell'origine "paleoveneta" di determinati popoli ivi stanziati. Qui riportiamo un breve compendio di pagine che egli dedica all'argomento:

«Particolarmente illuminanti appaiono i Chronicarum, quae dicuntur Fredegarii Scholastici, libri IV. Fra le cose più notevoli che essi registrano vi è il seguente episodio, collocabile nel 623.: 'Un certo mercante Samo, proveniente dal villaggio Senonago, nel regno di Clotario, prese diversi mercanti e li condusse presso gli Slavi chiamati Vinedi'.  Secondo la Conversio Bagoarium et Carantanorum Samo fu uno slavo meridionale di Carantania.  Prosegue il Chronicon - 'Gli Slavi avevano già cominciato a ribellarsi contro gli Avari, detti Hunni, e contro il loro re, chiamato gagan. Già fin dai tempi antichi gli Unni avevano i Vinedi come befulki [11]: così, quando assalivano qualsiasi popolo con le armi, gli Unni tenevano il loro esercito pronto davanti al campo, mentre i Vinedi combattevano; se gli Slavi prevalevano fino a vincere, allora gli Unni avanzavano a far preda; ma se gli Slavi venivano sopraffatti, gli Unni accorrevano in rinforzo e gli Slavi con il loro aiuto riprendevano le forze. Erano detti befulchi perché in una schiera parallela precedevano gli Unni nello scontro del combattimento'.

Fredegario usa Vinedi, Vinidi, Vinodi, Venedi, per specificare solo una parte degli Slavi: 'Sclavi cojnomento Vinedi'. Si trattava di quelli abitanti il territorio che va dalla Moravia sino all'Adriatico (Venezia, Veneti). Secondo i recentissimi ritrovamenti archeologici, costoro sarebbero da identificare con gli Sloveni, popolo un tempo numerosissimo, confinato oggi lungo due strisce marginali del territorio pannonico: la Moravia del sud e la Slovacchia (mergine nord). Il resto, cioè la quasi totalità, venne italianizzato, germanizzato, magiarizzato.

Proseguiamo con la cronaca di Fredegario: 'Gli Unni ogni anno venivano a svernare presso gli Slavi: strappavano le mogli e le figlie degli Slavi e le portavano a letto; oltre ad altre angherie, gli Slavi pagavano agli Unni anche dei tributi.  Tuttavia, i figli degli Unni generati dalle mogli e dalle figlie dei Vinidi, incapaci, alla fine, di sopportare malvagità ed oppressione, rifiutarono il predominio degli Unni, come sopra detto, e cominciarono a ribellarsi.  Poiché quindi i Vinidi si erano mossi contro gli Unni con un esercito, il mercante Samo andò con loro nel loro esercito.  Fu una cosa stupenda la sua abile maestria contro gli Unni, e un'ingente moltitudine di quelli fu trucidata dalle spade dei Vinidi.  Questi, vedendo il valore di Samo, lo elessero loro re, ed egli regnò felicemente per 35 anni (626-661).  Sotto il suo governo i Vinidi intrapresero parecchie guerre contro gli Unni e grazie alla sua saggezza e abilità superarono sempre gli Unni.  Samo ebbe dodici mogli di stirpe Vinida, dalle quali generò ventidue figli e quindici figlie'.

Gli Slavi-Vinidi preesistevano in Pannonia agli invasori mongoli, del resto nomadi, che solo per svernare cercavano il letto.  Gli Slavi avevano già da prima la loro organizzazione militare autonoma, ora utilizzata come parallela forza ausiliaria degli Unni oppressori. Infine, i Vinidi aggredivano gli Unni già prima di Samo, ma con il suo aiuto riconquistarono totalmente la loro precedente unità politica.

Nell'anno 631 'gli Slavi chiamati Vinidi avevano ucciso molti mercanti franchi insieme a tanta gente e li avevano spogliati dei loro beni; e questo fu l'inizio del dissidio tra Dagoberto e Samo, re degli Slavini'. L'espressione 'Sclavini' è significativa, al pari di altre che è dato di incontrare: Slavani o Slaviani, ecc.  Infatti una parte degli Slavi-Vinidi meridionali viene qualificata ancora oggi con il nome di Sloveni o Slavoni.  Si tratta dunque di differenziazioni molto antiche, che però sul piano linguistico erano minime, come dimostra la facilità con cui più tardi l'opera di Cirillo e Metodio potè diffondersi» [12].

 

3.  Gli Illiri

L’istruzione scolastica ci presenta un’Europa barbara che s’incivilì grazie all’espansionismo militare dei Romani.  A qualcuno verrà in mente l’adagio “la storia la scrivono i vincitori”.  In epoca fascista, lo ricordiamo bene, la storia serviva a giustificare l'espansione italiana in Albania, Iugoslavia e Grecia [13].  Si creò in quel tempo l’immagine distorta degli Illiri eredi della grande tradizione romana: la verità è che i Romani videro in loro dei barbari da sottomettere prima e da utilizzare per i loro fini dopo.

o                                                 Nel V secolo a.C. Tucidide scrisse che gli Illiri erano un insieme di popoli abitanti intorno alla colonia greca di Epidamnos (Dyrachium, in Albania).

o                                                 Al IV secolo a.C. risale il “Periplo” dello Pseude Scilace: questo autore per primo visitò e descrisse in modo sistematico la costa adriatica orientale e precisò che il confine con i Liburni (non illirici, quindi, forse venetici) era il fiume Titius, l’odierna Krka.

o                                                 Ancora, verso verso la fine del II secolo a.C., lo scritto attribuito allo Pseudo Scimmo localizzava gli Illiri ancora più a sud, all’altezza dell’isola di Issa (Lissa, Vis).

o                                                 Nel I secolo d.C. Plinio il Vecchio scrisse che gli Illiri - propriamente detti - erano insediati nei territori a sud del fiume Narenta.

o                                                 Due autori, invece, Teopompo di Chio nel IV sec. a.C. e Appiano d’Alessandria nel II sec. a.C., tendono a generalizzare la presenza illirica non solo su tutta la costa orientale, ma anche nell’entroterra, dalle Alpi Orientali al fiume Danubio e oltre[14].

A partire dal II secolo a.C., nei Balcani corsero fiumi di sangue.  I popoli illirici opposero una tenace resistenza alle dilaganti legioni dell'Urbs, che li accusava di pirateria.  Nell'antichità era cosa normale che i popoli abili come navigatori - abituati a considerare il mare una loro cosa - imponessero il pagamento di tributi ai traffici marittimi degli stranieri.

Ai Romani non si deve la civilizzazione dell'Europa, ma solo un influsso culturale che investì un po' tutto l'Impero. Di passata, si può ricordare che la più famosa nave “romana” era la liburna, ripresa dal modello tipico dell'omonimo popolo che popolava il Quarnaro.

Ancora, Tito Livio definiva la costa adriatica occidentale (italica) importuosa [15], cioè carente di porti, mentre descriveva quella orientale (dalmatica) come piena di anfratti adattati a porti. L’ideologia ufficiale dello Stato italiano ha accampato la tesi che l’Adriatico si fosse civilizzato con un flusso culturale di matrice italica, da ovest ad est. Tuttavia, la prima penetrazione civilizzatrice avvenne proprio in senso inverso in tempi antichissimi: dai Balcani verso la penisola italica. Un esempio è offerto dai popoli dei Messapi, di sicura origine illirica, che si stanziarono nel Salento. Non a caso, la Puglia divenne una regione ricca di porti.

Va riconosciuto piuttosto che gli Illiri, entrati nell’orbita romana, diedero un apporto enorme all’esercito romano.  In età imperiale si intensificarono le guerre civili, dovute ad uno stile di politica condotta con la forza: in tal modo i comandanti militari si mettevano spesso a capo di fazioni, forti della massa d’urto formata dai loro contingenti militari, sufficiente a proclamarli imperatori. Non deve meravigliare che, eredi di una indiscutibile tradizione guerresca, furono di nazionalità illirica almeno quattro imperatori, tra cui i celebri Diocleziano e Costantino, come pure il più famoso degli Imperatori bizantini, Giustiniano.

La scienza ufficiale afferma che gli attuali popoli di lingua slava si sarebbero insediati nell’area balcanica a seguito di ondate migratorie nel VI secolo d.C.  Tale affermazione va rivista, nel senso che in questi territori l'apporto etnico "slavo" descritto nella cronaca di Paolo Diacono andò solo ad incrementare culture preesistenti. Gli attuali popoli balcanici formarono la propria identità sviluppando connotazioni etniche anteriori all'invasione romana, in continuità con un remoto passato in cui erano già saldamente radicati gli elementi costitutivi di quelle che saranno poi chiamate “culture slave”.

 

4.  I retroscena ideologici

Quanto sopra spiegato era già ben noto nell’Ottocento, quando gli exploit della ricerca archeologica rappresentarono un intralcio alle ideologie nazionaliste. Davanti alle prove delle radici comuni di tanti popoli europei, in un primo momento quella mega-civiltà centroeuropea (di cui si scorgevano le vestigia) fu identificata nel popolo degli Illiri, in connessione con i ritrovamenti nell’area balcanica.

Oggi, invece, sappiamo che questa grande civiltà apparteneva ai Veneti.  Infatti, gli Illiri si identificano - in primo luogo - con gli odierni Albanesi e con gli abitatori della Dalmazia meridionale (che, tra l’altro, parlavano una lingua diversa dal venetico, essendo anch’essa attestata in iscrizioni). Ciò non toglie che l’intuizione alla base della tesi “illirica” fosse giusta.  Essa non poté fare però grandi passi in avanti a causa dei troppi “pan” della geopolitica, che si affermarono nel Novecento.

Il “pangermanesimo” (prima calvacato dalla Prussia e dai nazionalisti austriaci, poi dal Terzo Reich) non aveva interesse a riconoscere ai Veneti un simile ruolo nella storia antica; così fece il “panslavismo” ispirato al nazionalismo russo prima, e serbo poi; non parliamo, infine, del nazionalismo italiano, che aveva (ed ha ancora) all’ordine del giorno la liquidazione dell’identità veneta.

Le accademie che si sono dimostrate più libere ed obiettive nella ricerca scientifica sono quelle polacca, ceca e slovacca, che hanno seguito il filone di ricerca che metteva in connessione le culture alpino-adriatiche con quelle danubiane e dei balcani settentrionali, operando con discrezione, senza pretendere di imporsi all’estero, nonostante che questa impostazione sia universalmente riconosciuta corretta e non conosca ancor oggi tesi alternative sul piano scientifico.

I recenti sommovimenti politici seguiti al salutare crollo del blocco comunista hanno accelerato il tramonto di visioni geopolitiche (più o meno egemoniche) ormai improponibili, aiutando a riconsiderare la questione dei Veneti antichi. Oggi capita che parecchi studiosi di lingua slava occidentale, esaminando le iscrizioni nostrane (a noi impenetrabili, fatta eccezione per poche parole), vi scorgano frasi ed espressioni familiari. Essendo la cosa divenuta di dominio pubblico, in tanti si sono rivolti in particolare ai professori Aldo Luigi Prosdocimi e Giovan Battista Pellegrini dell’Università di Padova, credendo di dialogare nel nome del progresso scientifico. Questo positivo atteggiamento si è ben presto scontrato con gli equilibri interni del mondo universitario.

In Italia lo scambio scientifico con l’estero avviene solo su tesi precostituite: la ricostruzione storica non sa distaccarsi da premesse ideologiche prestabilite da interessi pratici. Si sprecano pubblicazioni e convegni di facciata, che interessano solo strettissime cerchie. Roma controlla strettamente gli Atenei italiani (la pretesa autonomia spesso si traduce nel rafforzamento degli interessi personali).  Quel che più conta, non esiste dibattito scientifico, perché la parola di pochissimi docenti (almeno nelle materie qui trattate) diviene legge in virtù di uno strano monopolio del sapere (c.d. autoreferenzialità).

Nelle cospicue pubblicazioni in materia di iscrizioni venetiche, Pellegrini e Prosdocimi hanno compiuto un lodevole lavoro di catalogazione e traslitterazione (che sarebbe la trasposizione del testo venetico nell’alfabeto moderno, a prescindere dal suono preciso da attribuire ai segni). Ma cruciali sono i passaggi successivi, ovvero la scansione delle parole e l’interpretazione delle frasi.

Gli accademici italiani fanno ricorso generalizzato ad un espediente: trovandosi davanti ad un imperscrutabile continuum di lettere, presumono che si tratti di testi analoghi a quelli dei monumenti funerari romani; quindi fanno scaturire da quei testi a loro incomprensibili presunti nomi e patrominici, che apparterrebbero agli artefici o ai committenti del reperto archeologico inciso, nonché ai destinatari delle dediche e alle divinità che accorderebbero la loro protezione.

Con tale metodo, però, si rischia di eludere il problema di penetrare il senso delle frasi incise sui reperti, finendo con il decifrare… nomi propri!  Così, il massimo di significato ricavabile da 400 e passa iscrizioni sarebbe che Tizio avrebbe prodotto l'oggetto recante la scritta per Caio. Ma chiunque potrebbe dedurre nomi propri da un insieme di segni grafici, restando esentati dall'onere di spiegare il fondamento scientifico dei significati.

Dopodiché, i luminari delle italiche cattedre di glottologia e filologia si affannano sulle differenze minimali tra gli alfabeti locali (inevitabili, trattandosi di scritture risalenti a circa 25-21 secoli fa, che furono operate con strumenti rudimentali, come gli stiletti con cui si incidevano pietre, terracotta, metallo o altri supporti). Un’altra preoccupazione che li appassiona verte sui puntini che circondano alcune lettere: non sono, però, pervenuti a spiegazioni plausibili neppure su tali dettagli.

Che ne sarebbe dell’esclusiva autorità scientifica dei luminari italiani, specializzati in filologia romanza (o neolatina, che dir si voglia), nella malaugurata ipotesi che le iscrizioni venetiche afferiscano ad un’altra famiglia linguistica, magari padroneggiata con sicurezza da colleghi esteri?

 

5.  Veneti e Slavi: nomi etnici distinti

Davanti a certe affermazioni, qualcuno sbotterà che si tratta delle tesi dei soliti autori slavi.  Ma diamo un occhio alle citazioni di seguito riportate (risalenti a tempi non sospetti) e vediamo a chi ne spetta la paternità:

«Alla provenienza orientale che appare insistentemente nelle saghe degli storici antichi – tipica è quella antenorea – [per spiegare l’origine dei Veneti] è comunque preferibile pensare a una migrazione dall’Europa centrale (Germania orientale, Lusazia) secondo vari indici fornitici dagli studiosi di preistoria e dai linguisti»[16].

«Quanto abbiamo detto vale per etnico, non per le singole tradizioni che lo portano… è una delle tipologie ricorrenti e potrebbe essere il caso dell'attribuzione dell'etnico a tribù slave»[17].

Insomma, la parentela linguistica tra venetico e odierne lingue slave occidentali ha goduto di credito in Italia sinché non è stata sostenuta anche dalla "concorrenza", cioè da studiosi stranieri. Le polemiche intorno a queste tesi non sarebbero sorte, se il dibattito si fosse attenuto al merito scientifico, ma il confronto non si è mai aperto, dal momento che i professori nostrani lo hanno trasformato in un processo per "lesa maestà scientifica".

«Ma dobbiamo ora citare un'ampia serie di autentiche invenzioni in campo storico, linguistico, epigrafico e toponomastico; invenzioni fondate su una creduta e falsa equivalenza tra Veneti e Slavi. Dato che i tre autori sloveni Jožko Šavli, Matej Bor e Ivan Tomažič hanno elargito le loro fantasie in lussuosi volumi che pare abbiano avuto anche in Italia (specie nel Veneto) una certa diffusione, questa volta sono costretto ad abbandonare il mio costume fondato su 'non ti curar di lor, ma guarda e passa' e a discorrere brevemente sulle invenzioni dei tre presunti studiosi sloveni i quali, bisogna sottolinearlo, non rappresentano affatto il pensiero degli autentici scienziati sloveni». E ancora «Comunque risulta a me (e agli altri colleghi) un atto di grave incilviltà e incultura che gli autori delle citate opere abbiano propagandato le loro opinioni in conferenze pubbliche tenute in varie città del Veneto con la sovvenzione della Regione Veneto»[18].

Questi professori emeriti potrebbero essere meno impulsivi.  È difficile sostenere che i nomi etnici “Veneti” e “Slavi” siano del tutto equivalenti e ciò per numerose ragioni. Prima di tutto, i popoli parlanti lingue slave non hanno affatto comuni origini etniche: l'affinità dei "popoli slavi" si limita all'aspetto linguistico [19]. Solo tra gli Slavi Occidentali (Polacchi, Cechi, Slovacchi, Sloveni, ecc.) si registra una certa affinità etnica[20].

In secondo luogo, dai Veneti antichi sono derivati popoli che oggi parlano lingue diverse, p.e. la tedesca (Bavaresi, Tirolesi, Austriaci, ecc.), le romanze (Veneti, Trentini, Friulani, ecc.), le slavo-occidentali (Sloveni, Slovacchi, Cechi, Polacchi, ecc.). Infatti, non c’è corrispondenza tra affinità etnica e parentela linguistica.

Neppure si può sostenere che tutti i popoli di lingua slava siano discesi dagli antichi Veneti, riguardando questo solo alcuni (gli Slavi Occidentali). Gli attuali popoli slavi posti più ad oriente hanno subito l’influenza linguistica di popolazioni più occidentali. Nell’area russa, dunque, la nuova civiltà agraria portata dai Veneti antichi si è sovrapposta alle culture dei cacciatori e pescatori finnici (che parlavano una lingua diversa), sicché questi ultimi - assumendo la nuova lingua – sono divenuti “Slavi”.

La spiegazione della possibile vicinanza del Venetico alle lingue slave occidentali si spiega in modo semplice e senza particolari implicazioni ideologiche. Tale lingua si caratterizzava come assai conservativa, essendo assai vicina all’indoeuropeo comune del secondo millennio a.C., mentre il latino, come lo conosciamo, si è formato in secoli assai più recenti, di poco anteriori all'era cristiana. Le lingue slave occidentali, a loro volta, sono quelle più vicine all’Indoeuropeo comune e probabilmente si sono formate attraverso la mediazione del Venetico.

Il filologo sloveno Matej Bor ha usato l’espressione “Proto-slavi occidentali” per indicare i Veneti, ma lo stesso Jožko Šavli nei suoi studi non ne fa mai uso, sostenendo anzi che questa ambigua definizione oggi andrebbe rivista. La linguistica, infatti, per Protoslavo indica qualcosa che è ben difficile da avvicinare al venetico: si tratta di una costruzione accademica, un sistema linguistico che si suppone fosse comune nell’antichità ai diversi popoli di lingua slava, ma che non è attestato in nessun documento. Il Venetico, invece, è una lingua determinata e attestata in numerose iscrizioni. Forse il Venetico ebbe un ruolo analogo a quello attribuito al Protoslavo, ma per noi (interessati a capire cosa ci stia scritto in quelle iscrizioni) questo problema non ha rilievo.

 

6.  Quale romanizzazione?

Il grande linguista Giacomo Devoto affermava: «Tracce di un sostrato venetico nei dialetti veneti non esistono … i dialetti veneti si allineano a fianco del toscano come rappresentanti di una tradizione latina sostanzialmente pura»[21]. L’affermazione di Devoto è corretta nel senso che nell’odierna lingua veneta egli evidenzia la netta prevalenza del latino: infatti il venetico attestato nelle iscrizioni lingua non è affine al latino, poiché a partire dell'Età imperiale fu soppiantato da quest’ultimo. Il cosiddetto processo di romanizzazione, peraltro, si limitò alla lingua e non stravolse la complessiva identità culturale veneta.

Non di meno, a moderare il tono perentorio del passo citato, si può ritenere che alcune parole e suoni, anche non presenti nel latino, si siano perpetuati nel veneto moderno. In particolare, è da ritenere che solo in epoca imperiale il venetico si sia imposto nelle città della Venetia, mentre sia resistito più a lungo nelle campagne, sicché il processo di transizione verso la “latinizzazione” è stato graduale.

La trasformazione linguistica ha dato il destro al sapere ufficiale per accampare la tesi di una generale “romanizzazione” dei Veneti.  Ma si tratta di conclusioni affrettate (e interessate) che ignorano il notevole spessore culturale espresso da questo popolo anche a cavallo di epoche diverse, sempre contraddistinto da un riconoscibile tasso di originalità.

Per lo stesso principio in base al quale “una lingua non fa una nazione”, constatare che il latino si diffuse a discapito del venetico non autorizza ad affermare che i Veneti, entrati nell’orbita di Roma, persero la loro identità etnica.  È dimostrabile il contrario, che cioè il loro patrimonio culturale si preservò talora assimilando elementi nuovi e venne tramandato nelle epoche successive dando luogo, quindi, alla repubblica più longeva che la memoria storica ricordi [22].

 

7.  Il metodo di Matej Bor

Le numerose traduzioni effettuate dal filologo Matej Bor hanno messo in luce l'estrema somiglianza tra le antiche iscrizioni e le corrispondenti frasi in lingua slovena. Successivamente svolgeremo alcuni paragoni tra le differenti traduzioni proposte per alcuni reperti da Bor e da Pellegrini. Si noterà che non solo si ottengono diversi significati, ma differiscono anche le parole estrapolate: i reperti riportano incise, infatti, sequenze di lettere quasi ininterrotte che rendono problematico affinare metodi per distinguere bene le singole parole.

Le seguente iscrizioni per lo più risalgono a periodi tra il VII ed il III sec. a.C.; ne indichiamo il nome di classificazione, la zona di ritrovamento, la traslitterazione in caratteri moderni, la corrispondenza in sloveno, la traduzione in italiano.

 

Pa 1                (Camin di Padova, andamento originale da destra a sinistra)[23]

ven.    PUPTNEI  JEGO  RACO  JEKUPETARIS

slov.    POPOTNIKU  NJEGA  RACO  ZA  NA  POT

it.        al viandante la sua anatra per il viaggio

 

Ts 1                (Škocjan, Carso, andamento originale da sinistra a destra)[24]

ven.    OSTI  JAREJ

slov.    OSTANI JAR

it.        resta giovane, sano!

 

Gt 13              (Gailtal, Monte Croce Carnico, andamento originale da destra a sinistra)[25]

ven.    GA  VIRROVO  TO  BOG  KOS

slov.    GA  VAROVAL  TU  BOG  KDOR ŽE JE

it.        lo protegga dio, chinque egli sia!

 

Tr 3                (Treviso, andamento originale da sinistra a destra)[26]

ven.    OSTI  AJKO  USIID  KA

slov.    OSTANI,  KAKOR  SI  SE  USEDEL  TJA

it.        rimani come sei seduto là!

 

Es 51              (Este, tempio di Reitia, andamento originale da sinistra a destra)[27]

ven.    V  DAR  DONASTO  REJTIJAI  VIJETI  A  NA  B  TNJA

slov.    V  DAR  DONASAM  REJTIJI  UJETNIK  DA  NE  BI  BIL  TENJ

it.        il tributo sto donando a Reitia per non esser prigioniero delle ombre

 

Da questi pochi esempi emerge lampante, anche per i non conoscitori dello Sloveno, l'analogia tra la struttura delle frasi in venetico e quelle corrispondenti in detta lingua slava; se per un attimo facessimo riferimento ad un’altra lingua moderna – p.e. l’Italiano – sarebbe assai arduo per noi immaginare simili analogie.

Come si diceva, a Pellegrini sembra di poter tradurre centinaia di iscrizioni con formule dedicatorie a contenuto quasi ripetitivo. Lo stesso professore ha suggerito un paragone tra i due diversi metodi operato su un paio di iscrizioni dalle quali gli pare di aver tratto un qualche senso. Riportiamo gli esempi di seguito:

 

Ca 4               (Valle di Cadore, resti di brocca, andamento originale da destra a sinistra)[28]

Secondo Pellegrini

ven.    EIK  GOLTANOS  DOTO  LOUDERAI  KANEI

lat.      HOC  GOLTANOS  ÉDOTO  LIBERAE  CARAE

it.        questo dono Goltano diede alla cara Libera (divinità)

Secondo Bor

ven.    EJ  K  GOLTANOS  DO  TOLO  UDERAJ  KANJEJ

slov.    EJ  KO  GOLTNEŠ  DO  TU-LE,  UDARI  PO  KONJIH

it.        ehi, quando ingurgiti sin qui colpisci i cavalli!

 

Es 45             (Este, stiletti trovati nella stipe di Reitia, andamento originale da destra a sinistra)[29]

Secondo Pellegrini

ven.    MEGO  DONASTO  S'AINATEI  REITIAI  PORAI  EGETORA  (A)IMOI  KE  LOUDEROBOS

lat.      ME  DONAVIT  SANANTI  REITIAE  PORAE  EGETORAE  PRO  AIMO  ET  LIBERIS

it.        me donò alla sanante Reitia pora (epiteto) Egetora (la donna che fa il voto) per Aimo e per i figli

Secondo Bor

ven.    MEGO DONASTO ŠAJNATEJ  REJTIJAI  PORAI  JEGE  TORA  RIMOJ  KELO  UDERO BOS

slov.    JAZ  DONAŠAM (DAR) ŠAJNATI  REJTIJI  MOGOČNI  ZLO  PRSTI  UMIRI  SE  KADAR  UDARIL  BOŠ

it.        sto facendo questo dono a Reitia splendida e potente.  Il male della polvere terrena indegna trovi la pace quando da te sarà colpito

 

Pellegrini definisce l'altro metodo come "non scientifico" : per lui la traduzione proposta dallo studioso sloveno sarebbe frutto di "esuberante fantasia"; si dimentica però di spiegare in che cosa consista la maggiore scientificità del suo.  In realtà, egli non entra affatto nel merito delle tesi che rigetta a priori, con uno sdegno che forse si deve al fatto che non conosce i riferimenti linguistici menzionati da Bor.

Dal punto di vista del metodo, va poi osservato che Bor spiega per filo e per segno tutte le forme grammaticali che analizza, dando un dettagliato riscontro alla traduzione che propone, secondo lingue e dialetti (moderni o antichi) di tipo slavo. Invece Pellegrini propone i suoi latinismi (non il Latino di scuola, è ovvio) alla rinfusa, dando l'impressione di andare per intuito su forme che pretende essere di discendenza latina, ma senza usare criteri verificabili. La derivazione del Venetico dal Latino resta un dogma indimostrato (oltre che un anacronismo che non viene spiegato). A sostegno della lettura "latinista" sovviene, alla fin fine, l'uso disinvolto e ripetitivo delle formule dedicatorie, che permette in pratica di tirar fuori da qualsiasi iscrizione nomi (di solito propri) più o meno inventati.

Il metodo di Bor è allo stato attuale l’unico strumento in grado di far luce sul significato vero delle iscrizioni venetiche, reso complesso non solo dalla diversità rispetto al Latino e dai sistemi rudimentali di scrittura utilizzati, ma anche dal carattere magico-religioso che assumeva l’esercizio e l’insegnamento della scrittura.   Di questo Bor era del tutto cosciente, tant’è che aveva intravvisto nelle iscrizioni varie formule, simili a giochi di parole ed indovinelli, consone a precettori-sacerdoti e discepoli che animarono tutto un mondo che sprigionava un’indescrivibile ricchezza spirituale.  

Bor fu un intellettuale di alto ingegno e dotato di finissima cultura: era radicato alla sua antica cultura popolare e al tempo stesso era un erudito filologo, conosceva un’eccezionale quantità di lingue e dialetti slavi ed indoeuropei.  Dalle tavolette alfabetico-grammaticali egli trasse addirittura il sistema grammaticale dei Veneti,  come pure tracciò un embrione di vocabolario individuando le espressioni ricorrenti.  Per proseguire la sua opera sarebbe necessario l’intervento coordinato di linguisti, filologi e glottologi specializzati su lingue e dialetti slavo-occidentali.

 

8.  Radici “slave” nella toponomastica

Il problema della matrice linguistica del Venetico va affrontato esaminando anche un altro aspetto fondamentale, ossia le tracce di una lingua preromana e non latina nei toponimi dell'area alpino-adriatica [30]. Chi visitasse per la prima volta le terre così dette delle Tre Venezie, si imbatterebbe in una quantità straordinaria di nomi di luoghi, relativi a centri abitati, monti, alture, fiumi, laghi, valli, ecc. incompensibili attraveso l’Italiano, anche perché non derivanti da radici latine. La toponomastica va considerata come un prezioso archivio di parole assegnate ai luoghi in tempi remoti, capaci di fornire una ricca miniera d'informazioni: la tradizione, infatti, perpetua nell'uso il sistema di orientamento nel territorio dei gruppi umani che lo abitano (mantenendo spesso la vecchia toponomastica persino nei casi in cui queste genti cambino in generale la loro lingua).

Allo scopo di verificare a quale tipo di lingua appartenesse il Venetico, proponiamo una serie di toponimi che trovano spiegazione solo se analizzati attraverso la comparazione con le lingue slave occidentali ed in particolare con la lingua slovena [31] (cominciando da Venezia, che porta il nome di un intero popolo e per questo non deriva da una lingua particolare, ma il cui inserimento in questo elenco è significativo).

 

Città

Venezia                      = da Veneti (nome indoeuropeo, quindi città dei Veneti)

Padova                       = da pot (strada, cammino, incrocio)

Treviso                       = da trebiti (disboscare, pulire la terra)

Verona                       = da ver v’r (vrteti - girare, dall’ansa del fiume)

Vicenza                      = da vik (villaggio)

Bergamo                     = da breg (collina, sponda): nel senso di  "circondata dai monti"

Brescia                                           = da brišče (zona collinosa): dim. di brdišče

Trieste                        = da trg (mercato, piazza)

Gorizia                       = da gorica (piccolo monte o sommità)

Bolzano                      = da poljčane (campi estesi)

 

Paesi

Oderzo (TV)  = da ob-trg (vicino al mercato)

Salò (BS)        = da za-log (dietro al bosco)

Lugo (PD)      = da log (boscaglia)

Vas (BL)                    = da vas (villaggio)

Pes (               = da peč (parete rocciosa, a volte grotta)

Pez (BL)                     = da peč (parete rocciosa, a volte grotta)

Mel (BL)                    = da mel (pendio o terreno ghiaioso)

Fratta Polesine                       = da frata (radura, terreno cespuglioso): centro venetico di lavorazione dell'ambra

Verucchio (Forlì)       = da varh o v’rh (sommità, monte): centro venetico di lavorazione dell'ambra

Breganze (VI)             = da brieg (costa, terreno leggermente ripido)

Grado (TS)                 = da grad (castello)

Rotzo (VI)                  = da  roče (gradino nella costa di un monte)

Roano (VI)                 = da ravno (terreno piano, terrazza sul monte)

Visnà (TV)                 = da višina (luogo situato in alto)

Poiana di Gr. (VI)      = da poljana (campo lungo)

Preseglie (BS)             = da presele (villaggio oltre il valico)

Adria (RO)                 = da jadro (insenatura, baia in Slavo arcaico)

Calalzo (BL)               = da kal (pozza d'acqua)

 

Idronimi

fiume Po                    = da pad (caduta): nel senso degli affluenti che vi precipitano (in slov. Po=Pad)

fiume Brenta              = da brenta (recipiente per acqua)

fiume Sile                   = da žila (arteria)

fiume Piave                = da plaviti (inondare il terreno)

fiume Livenza                        = da livnica (corso d'acqua, come lije = scorrere)

fiume Timavo            = da temà (oscurità)

fiume Isarco               = da jezero (lago)

fiume Adda                = da voda (acqua corrente)

lago d'Iseo                  = da jezero (lago)

 

Aree geografiche

Carso                          = da Kras (terreno pietroso con formazioni rupestri)

Val Padana                 = da Pad (Po): la radice venetica si impone ancora, persino sull'Italiano moderno

Polesine                                 = da poležine (terreno formato da sedimenti)


 

Riferimenti bibliografici

 

 

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Pellegrini